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Disordine da Deficit di Natura

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Ultimamente sto compiendo studi e ricerche sull’educazione naturale tout court e c’è un termine che continuo ad incontrare in testi, tesi, interviste: “natur deficit disorder”, ovvero disturbo da mancanza di natura.

È un’espressione coniata da un giornalista e studioso americano -Richard Louv-: non si tratta di una vera e propria patologia (perlomeno nessuna in particolare), ma di un’alienazione dell’essere umano dal mondo naturale.

L’idea del  disturbo da deficit di natura nasce dunque dall’evidenza che gli esseri umani, in particolar modo i bambini -soprattutto del mondo cosiddetto “civilizzato”- stanno spendendo sempre meno tempo all’aria aperta, sono sempre più oberati di impegni ed esposti senza troppi discrimini ad alte dosi di tecnologia.

La convinzione è che questo cambiamento si traduca in una vasta gamma di problemi comportamentali (anche se, come detto sopra, non è riconosciuto all’interno  dei manuali di medicina come disturbo mentale).  

Tra le cause di questo disturbo, figurano: i timori parentali (paura dell’adulto che i figli possano farsi male o ammalarsi a causa dello “stare all’’aperto”), l’accesso limitato ad aree naturali e il richiamo di dispositivi elettronici.

Gli studi non sono ancora molti ma l’argomento sta destando sempre più interesse tra medici e studiosi, soprattutto di recente (spero che gli ultimi accadimenti a tema coronavirus abbiano fornito un’ulteriore dose motivazionale). 

Uno studio dell’Università dell’Illinois, per esempio, mette in relazione l’integrazione in natura dei bimbi con sintomi di ADD (disturbo da deficit di attenzione) e la riduzione degli stessi.

Secondo le indagini di Richard Louv e altri ricercatori, i bambini cresciuti con mancanza di contatto con la natura, sono più propensi a sviluppare disturbi di attenzione, depressione e obesità.

Io sono profondamente convinta che la natura abbia un potere terapeutico ma in realtà non è una mia semplice convinzione e gli studi in merito si stanno moltiplicando anche qui in occidente. La cucina macrobiotica e tutta la medicina tradizionale cinese e orientale in genere, sono un grande esempio della terapia attraverso la natura: il cibo, elemento naturale, ha un potere altamente curativo, e questo lo sappiamo da secoli. 

Ciò che ci stanno dicendo questi studiosi, però, va oltre la porta della cucina: va in giardino, nel bosco, nei prati, nel fiume e nel mare, tra fiori e alberi. È qui che l’uomo trova tutto ciò che gli è necessario per vivere in armonia e se questo contatto con l’elemento naturale gli viene sottratto tanto a lungo, la logica e naturale conseguenza è uno squilibrio psico-fisico.

Il fine ultimo della filosofia macrobiotica è la creazione di individui consapevoli, realizzati, pacifici, liberi e felici. In grado di accettare le avversità della vita, di essere grati, capaci di dare e ricevere amore.

Come immaginarsi dunque una siffatta creatura lontana dalla natura?

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